A Guido

Per dodici anni, ogni volta che tornavo a Napoli, trovare la tua bicicletta rossa parcheggiata fuori dalla porta di casa dei nonni era sinonimo della tua presenza.

Per dodici anni, giravo la chiave nella serratura di quella stessa porta e, vedendo la luce accesa in cucina, mi affacciavo per salutarti. Ti trovavo quasi sempre lì, stanco dopo una giornata di lavoro e dopo le innumerevoli faccende sbrigate per i nonni, seduto a leggere il Manifesto.
Nei primi anni sedevi nell’angolo in fondo a sinistra del tavolo, nel posto che era stato di Fanny; negli ultimi, invece, ti eri spostato nell’angolo opposto, al posto del nonno. Non so se quel cambiamento fosse voluto o se stessi soltanto cercando una luce migliore per leggere. Eppure, in questi giorni, mi ritrovo spesso a pensarci.

Per dodici anni, una parte di me ha sperato di non trovare più la tua bicicletta fuori dalla porta e di non vederti più seduto a quel tavolo. Non perché non apprezzassi o non ammirassi tutto quello che facevi, ma perché speravo che, prima o poi, riuscissi a riappropriarti almeno di una parte del tuo tempo e delle tue energie, scrollandoti un po’ di dosso tutto quel peso e quella malinconia che ti eri caricato sulle spalle.

Ora, purtroppo, quella bicicletta fuori dalla porta non la troverò più. Ma sarà per un motivo diverso da quello che avevo sperato.

Ci ho messo un po’ a scrivere queste parole. In questi giorni ho letto ricordi e testimonianze meravigliose su di te. E forse la cosa più straordinaria è che non me ne sono sorpreso fino in fondo perché hai sempre fatto ciò che ritenevi giusto, senza aspettare che qualcuno te lo chiedesse e senza cercare riconoscimenti, provando, in modo silenzioso e tenace, a rendere il mondo un posto migliore.

Lo hai fatto partecipando alle manifestazioni pacifiste, sostenendo le iniziative ecologiche e lanciando il commercio equo e solidale. Lo hai fatto soprattutto con gli studenti, che oggi si sentono tuoi orfani. Da universitario, trovo incredibile la profondità del segno che hai lasciato in così tanti dottorandi e colleghi.

Per tutto quello che hai seminato, per le vite che hai toccato e per tutto quello che hai fatto per i nonni, ci tengo a dirti grazie un’ultima volta. Ti ho voluto molto bene.

Ciao Guido.

Prometto che, passato questo momento, smetterò di chiamarti mio zio, perché so che non ti piaceva.

Fra